Tag

, ,

(fonti http://www.filosofico.net ,  qualche ricordo delle superiori e qualche spunto personale)

OLYMPUS DIGITAL CAMERA
Schopenhauer nasce nel 1788 e muore nel 1860.

Le sue opere principali sono:

Über die vierfache Wurzel des Satzes vom zureichenden Grunde (Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente) 1813
Die Welt als Wille und Vorstellung (Il Mondo come volontà e rappresentazione) 1819, 1844, 1859

Come scrive Abbagnano “nessun successo immediato arrise all’opera di Schopenhauer, che dovette aspettare più di vent’anni per pubblicare la seconda edizione del Mondo come volontà e rappresentazione, edizione che egli arricchì di un secondo volume di note e supplementi. Soltanto dopo il 1848, in concomitanza con un’ondata di pessimismo che colpì l’Europa, cominciò la “fortuna” della sua filosofia”. E in generale la fortuna della sua filosofia tende ricorrentemente a coincidere con periodi in cui l’umanità occidentale avverte il bisogno di una spiegazione della realtà che ne evidenzi la tragicità.

Schopenhauer critica in generale “i tre grandi ciarlatani” idealisti, e in particolare Hegel, infatti lui tende a far prevalere l’irrazionalità della realtà:
per Schopenhauer, come per Kierkegaard, Hegel è l’idolo polemico in antitesi col quale costruire la propria filosofia, è uno dei pensatori che aspira alla concretezza più che alla spiritualità, un cinico irrazionale se vogliamo definirlo in parole più semplici.

Schopenhauer ha un periodo di produzione filosofica piuttosto lungo, che nel complesso dura una quarantina d’anni: la sua opera principale, Il mondo come volontà e rappresentazione , risale al 1819 e negli anni a venire continuerà a comporre opere che però non introdurranno notevoli modifiche al suo pensiero.
Inizialmente non venne più di tanto preso in considerazione: il pensiero di Hegel aveva la meglio, e anche gli studenti universitario lo preferivano a Schopenhauer.

Solo con la morte di Hegel, avvenuta nel 1831, il pensiero di Schopenhauer cominciò a dilagare e Nietzsche stesso, nelle sue prime opere, si dichiarerà suo seguace; non solo, perfino Wagner rimase incantato dalla filosofia schopenhaueriana ed è importante ricordare l’interpretazione del De Sanctis in cui mette a confronto il pessimismo di Schopenhauer con quello di Leopardi.

Entrando nel senso del discorso schopenhaueriano, egli si pone in contrapposizione all’interpretazione che di Kant ha dato l’idealismo (i cui tre eroi sono Fichte, Schelling e Hegel, tutti e tre cordialmente odiati da Schopenhauer): se l’interpretazione idealista, infatti, si è limitata ad eliminare quella “cosa in sè” ammessa da Kant ma da lui stesso riconosciuta inconoscibile (seppur ineliminabile), la posizione di Schopenhauer spinge in direzione opposta, in quanto si risolve nel recupero della “cosa in sè” , tanto odiata dagli idealisti. Essa per Schopenhauer non solo esiste (come era in fondo anche per Kant), ma è addirittura attingibile e, dunque, conoscibile;la “cosa in sè” sarà sì il principio che governa la realtà, ma esulerà da ogni forma di razionalità e, anzi, sarà addirittura una sorta di principio maligno.

Il principio di ragion sufficiente introdotto da Arturo è quello di matrice leibniziana: principio fondamentale della metafisica, esso prescrive, essenzialmente, che nulla avviene senza un motivo, cosicchè è lecito dire a priori che ogni avvenimento ha una sua motivazione. Schopenhauer riprende tale principio e coglie quelli che, a suo avviso, sono i quattro diversi modi (“quadruplice radice”) in cui esso si manifesta,la causalità a sua volta, in quanto principio di ragion sufficiente, assume le stesse quattro forme, ossia:

1) la prima “radice” spiega la dimensione del divenire dei corpi naturali attraverso la connessione tra la causa e l’ effetto fisici (necessità fisica); in altri termini, la prima manifestazione del principio di ragion sufficiente è la causalità, per cui, dato un evento so con certezza che esso deve avere una causa e per questo è detto “del divenire”.
2) La seconda spiega il conoscere razionale dell’ uomo per mezzo della relazione tra antecedente e conseguente (necessità logica): se nella 1° radice si trattava della causalità fisica, ora la causalità in gioco è quella logica. Nel ragionamento concepiamo, cioè, il rapporto tra premessa e conseguenza come nel mondo fisico concepiamo quello tra causa ed effetto.
3) La terza giustifica l’ essere come definito dai rapporti dello spazio e del tempo, determinando così la concatenazione degli enti aritmetici e geometrici (necessità matematica). Con la terza radice, Schopenhauer interpreta kantianamente lo stesso principio di causa/effetto nella sfera matematica, poichè l’essere è ciò che si definisce nello spazio e nel tempo, i quali, a loro volta, sono i fondamenti della geometria.
4) La quarta, infine, sta alla base dell’ agire, in quanto stabilisce la connessione causale tra l’ azione che si compie e i motivi per cui è compiuta (necessità morale). Il rapporto che si instaura tra il motivo di un’azione e la sua conseguenza è analogo a quello che intercorre tra la causa e l’effetto nel mondo fisico, sicchè non esistono azioni umane prive di motivi.

L’altro principio è l’esistenza della Volontà
La volontà esiste in quanto ho accesso diretto alla mia volontà, che sperimento essere la mia più intima essenza, facente tutt’uno con il moto del mio corpo (che posso infatti conoscere o oggettivandolo, o dall’interno, come mosso dalla volontà). Osservando nei fenomeni naturali “l’impeto violento e irresistibile con cui le acque si precipitano negli abissi, … l’ansia con cui il ferro vola verso la calamita, la violenza con cui i poli elettrici tendono a riunirsi riconosciamo quell’identica essenza che in noi persegue i suoi fini al lume della conoscenza, ma che qui non ha che impulsi ciechi, sordi, unilaterali e invariabili.
La volontà è però inconscia poichê la consapevolezza e l’intelletto costituiscono soltanto delle sue possibili manifestazioni secondarie, la volontà è unica, eterna, assurda e cieca.

Schopenhauer è un po’ il Leopardi della filosofia, Vi è in Schopenhauer un rifiuto di ogni ottimismo, di ogni religione, in quanto la divina provvidenza è necessariamente ottimista, del progresso come miglioramento, in quanto non vi è nulla di nuovo sotto il sole in ogni tempo fu, è e sarà sempre la stessa cosa.

Io non sono pessimista, eppure mi sono ritrovata in molti aspetti del pensiero di zio Arthur, il suo odiare i falsi buonismi, odiare le persone che si appigliano a divine provvidenze o altro sperando che qualcosa gli caschi in testa, senza fare nulla di concreto per ottenerlo. Forse lui era “troppo”, ma alcuni suoi scritti insegnano molto🙂