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Una bella musica di sottofondo…e partiamo ad esplorare il mondo delle superstizioni marinare….
 

E’ ormai noto che chi va’ per mare è superstizioso; la storia della marineria è da sempre intrisa di riti scaramantici ancora oggi diffusi.
Esorcismi, stregonerie,rituali pagani e religiosi erano e sono il pane quotidiano di capitani e marinai sempre attenti a non sfidare le regole della fortuna e ingraziarsi, con riti propiziatori, la benevolenza degli elementi naturali.

OMBRELLO A BORDO
Tutti i marinai lo sanno: MAI portare in barca un ombrello! La superstizione è largamente diffusa negli ambienti marinareschi non solo italiani…..

TAGLIARE CAPELLI E UNGHIE
Per gli antichi Romani imbarcati, tagliarsi i capelli e le unghie quando il tempo era buono, era di cattivo augurio, così come starnutire salendo a bordo, bestemmiare e ballare.

IL VARO DELLA BARCA
L’odierna cerimonia del varo, innocua ed incruenta, è ancora carica di superstizioni. Molti velisti si sentirebbero male se la bottiglia non si infrangesse sulla prua al primo colpo … prua di un barcone

IL CAMBIO DEL NOME DELLA BARCA
Cambiare il nome a una barca porta male, perché una barca possiede un’anima come le persone, e come le persone viene immediatamente riconosciuta attraverso il suo nome.
Al marinaio esperto, il nome di una barca ne richiama immediatamente pregi e difetti, quindi cambiarle il nome equivale a ingannare i marinai, che non hanno più un immediato riscontro del fatto che quella barca ha, magari, rischiato di colare a picco più volte.
E allora come si fa a togliere la sfortuna se fosse veramente necessario
cambiarle nome? Ci sono alcuni rimedi:

•prima di procedere alla sostituzione del nome alla barca, far sturare una bottiglia di vino rosso da una vergine e farne aspergere il contenuto sulla prora (qui il casino è trovare la vergine….ora penso si usino le bambine sotto i 12 anni….);
•cancellare il vecchio nome, lasciando la barca quanto più tempo senza, magari sfruttando la pausa invernale del rimessaggio, con la speranza che “lei” dimentichi e non si accorga del nuovo;
•far rotta in modo tale da tagliare la stessa per sette volte;
•sostituire un bullone dalla chiglia;
•conservare il vecchio nome sottocoperta, sistemandolo sul controdritto di prora;
•Collocare una moneta sotto l’albero maestro. E qui, riemerge l’antica pratica propiziatoria gia’ in uso presso gli antichi romani. Attenzione però: se l’albero è in alluminio, la moneta dovra’ essere isolata elettricamente.
I Francesi, concordano, sebbene ammettano una significativa eccezione: solo il 15 agosto è possibile dare un nuovo nome alla propria barca, seguendo però scrupolosamente un rigoroso rituale. La barca ribattezzata deve veleggiare di bolina, compiendo una serie di brevi virate, disegnando così un percorso a zigzag. Poi deve poggiare e scendere in poppa piena. Il motivo di un simile rituale? Il percorso rappresenta un serpente che si mangia la coda! Ovviamente è d’obbligo aggiungere la benedizione del prete. Guai a lui, però, se mette un piede sulla barca!

MAI PARTIRE IL VENERDI’
Si narra che Olivier de Kersuason differì al sabato la partenza per un suo tentativo di battere il record sul Trofeo Jules Verne, evitando di partire venerdì e ciò nonostante avesse il suo Geronimo pronto ed armato in banchina e le condizioni meteo fossero ottimali. Nonostante le precauzioni il record non fu battuto.
C’è chi, invece, del venerdì se ne infischiò. Jean Yves Terlain partecipò alla OSTAR del ’72 con una “barchetta” tre alberi di 128 piedi chiamata “Venredi 13”. Comunque non vinse.
 
FISCHIARE IN MARE
Secondo molte culture fischiare al mare è segno di sventura. Gli Inglesi credono che fischiare e grattare l’albero porti vento quando c’è calma. Questa è la regola generale, che però si tramuta in severo divieto quando si naviga a Sud della Manica.
Per i Francesi fischiare è ingannevole e un po’ pericoloso. Una canzone dei marinai dei tempi dei velieri con le vele quadre dice: “Siffle gabier, siffle pour appeler le vent, mais sitôt la brise venu, gabier ne siffle plus!” Fischia gabbiere, fischia perchè venga il vento, ma quando il vento è arrivato, non fischiare più!

VENTO IN PRUA, VENTO IN PRUA SENZA FINE….
I  Francesi hanno un antico detto, forse obsoleto, ma degno di menzione, utilizzato sulle navi a vela dei secoli scorsi, quando esse incontravano per parecchi giorni venti in prua: “”Vent debout, vent debout sans fin, qui n’a pas payé sa catin?”. Che può essere tradotto: “Vento in prua, vento in prua senza fine, chi non ha pagato la puttana?”. Il vento sfavorevole era considerato una punizione per i marinai provocata da qualcuno di loro che aveva lasciato il porto senza aver pagato il conto del bordello. E’ noto che i marinai, arrivati a terra da un lungo viaggio, spendevano tutta la loro paga (e anche più) in alcol e donne di malaffare, prima di imbarcarsi (o essere imbarcati con la forza) per un altro lungo viaggio per mare.
 
MAI PARLARE DEI CONIGLI
Mai parlare di conigli su una barca francese, verreste scaraventati in acqua, come ha rischiato di finire un Australiano imbarcato sul catamarano Orange. L’origine di questa superstizione non è chiara, fatto sta che su una barca francese non troverete né cibo, né libri, né immagini che richiamano anche lontanamente il coniglio.

BANANE A BORDO
Mai portare banane su una barca inglese. E’ come per noi salire con un ombrello.

MAI PARLARE DI VITO DUMAS
Mai parlare di Vito Dumas o portare un suo libro su una barca spagnola. Il viaggio attorno al mondo di Dumas, in solitario e contro i venti dominanti, è costituito da una sequela di disastri orribili, storie di malnutrizione, fame, inedia, attacchi di balene, che … è meglio non nominare

IL COLORE VERDE
I colori. In Italia una barca verde è portatrice di cattiva sorte. All’inizio il divieto riguardava l’abbigliamento. Mai indossare abiti verdi, forse perché il verde non si distingue dall’acqua di mare. Successivamente il divieto si è esteso al colore della barca. I “credenti” adducono l’esempio del Gatorade, quasi affondato nell’Oceano Australe, e tutti gli spi verdi di Paul Cayard esplosi a vantaggio di Prada.
Alcuni Americani ritengono che barca rossa non sia fortunata, forse pensando a Liberty che interruppe la “striscia” di vittorie più lunga del mondo dello sport.

LA MALEDIZIONE DEL GIONA
Nel film di Peter Weir, Master and Commander, ad un certo punto, nel mezzo di una bonaccia senza fine, tra i marinai si sparge la voce che tra di loro “vi è un Giona”; un personaggio in grado di attirare la maledizione di Dio sulla barca, del quale occorre sbarazzarsi se, in questo caso, si vuol riprendere a navigare. Nel film, il giovane ufficiale identificato come il Giona decide per il suicidio. Ma da dove nasce questa leggenda? Da un racconto biblico, nel quale però la situazione iniziale è opposta, ma egualmente mortifera. Sul mare si è scatenata una tempesta e tutti sono impauriti, eccetto Giona, unico ebreo a bordo. Interrogato sul perché della sua calma e sulla sua origine, risponde: “Sono Ebreo e venero il Signore Dio del cielo, il quale ha fatto il mare e la terra”. Un Dio che ha fatto insieme la terra e il mare, quel mare pauroso e infido. E’ noto che i marinai impauriti decidono di disfarsi di lui, su invito dello stesso Giona che si assume la colpa, ròso dal senso di colpa per aver disubbidito al Signore: “Prendetemi e gettatemi in mare e si calmera’ il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia. Quindi, quelli presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia”. In acqua, un grande pesce lo mangia, ma lo risputa più oltre, favorendogli la riva. Costretto dai fatti, dunque, a recarsi a Ninive, rimane anche deluso, perché quei pagani si convertono facilmente alla sua predicazione.
Diverse suggestioni simboliche arricchiscono il racconto. Al mare è associata la tempesta. Questa feste Verbindung tiene nei secoli: il mare in tempesta, gli irati flutti, è l’immagine per eccellenza che accompagna la storia marina europea fino all’Ottocento, quando questa correlazione così stretta s’incrina, e oltre che la furia del mare si predica anche la calma e la bellezza. In secondo luogo, Giona ha fede in un dio creatore sì della terra, ma anche del mare: e nella Bibbia, dove la parola mare compare di rado, ciò è notevole. In ebraico, mare è espresso da una sola parola, yam, secondo una radice semitica comune. E’ termine molto generico che indica una qualsiasi distesa d’acqua: sia salata, sia dolce, sia interna, come nel caso del yam ha-nechoset, il bacino nel cortile anteriore del Tempio di Gerusalemme, oppure come nel caso del mare o lago di Tiberiade, nel Nuovo Testamento chiamato con tre nomi diversi: «Lago di Gennesaret», che è una corruzione di Chinnerot; «Mare o Lago di Galilea», dalla provincia in cui è situato; e «Mare di Tiberiade», dalla citta’ di quel nome, edificata da Erode, sulla sponda occidentale.

GUFARE IN REGATA
La classica gufata, diventata molto di moda negli ultimi anni, che si sente abitualmente nel piazzale prima delle regate importanti. Sovente è pronunciata da uno dei favoriti, verso un altro dei favoriti.
Normalmente il bersaglio della gufata replica con altra gufata: “Ah no! Il vero favorito sei tu! Quante prove hai intenzione di vincere oggi? Quanti lati ci dai? Spero solo che tu abbia un po’ di pieta’ di noi. Non farci tutti uscire fuori tempo massimo!”